Un giorno devi andare è su L’Espresso

giugno 27, 2013

L’11 aprile la recensione del film sceneggiato da Fredo Valla con la regia di Giorgio Diritti.

Passioni Cinema
“UN GIORNO DEVI ANDARE”: IL VIAGGIO DI UNA DONNA PER RITROVARE SE STESSA

L’ecografia di un feto che pulsa di vita, e sullo sfondo il disco del sole che ne attraversa le ombre: così inizia “Un giorno devi andare” (Italia e Francia, 2013, 109′). La protagonista, Augusta (Jasmine Trinca), non è che un frammento nella totalità indifferente dell’Amazonas. Un dolore profondo – la perdita di un figlio, la fine di un matrimonio – l’ha spinta a lasciare l’Italia e la madre (Anne Alvaro), in cerca di un senso nuovo nel Nord del Brasile. Lo fa in compagnia di suor Franca (Pia Engleberth). La missionaria percorre il Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti per portare Cristo dove ancora la sua salvezza non è giunta. E se i suoi interlocutori le domandano che cosa ci sia mai in loro che debba essere salvato, lei se ne stupisce, certa com’è di possedere il Bene.
Da questa presunzione in buona fede parte il film di Giorgio Diritti e del cosceneggiatore Fredo Valla. Ma poi, rifiutando le certezze della compagna di viaggio, Augusta la lascia alla sua fede programmatica e si immerge in un’altra totalità che le sembra meno indifferente, e del tutto umana. Sbarcata a Manaus, la capitale dell’Amazonas, condivide la vita degli uomini e delle donne che ne affollano le favelas. È forse nella comunità il senso nuovo che cerca? Per un po’ ne è certa, quasi che al Bene teologico e assoluto di suor Franca avesse sostituito un Bene sociologico, concreto e immediato.
Tuttavia, pur contro la sua volontà, anche in lei domina una presunzione missionaria. Non è la salvezza di Cristo quella che la donna ora predica e si sforza di realizzare tra gli abitanti delle favelas, ma è comunque una salvezza: dalla speculazione che li sta derubando delle loro baracche, dalla politica che li vuole serrare in un nuovo ghetto, dal loro stesso desiderio di fuggire dai confini stretti della comunità. La questione non è se tutto questo sia o non sia giusto. La questione è se Augusta abbia il diritto di usarne per ritrovare se stessa, e alla fine per salvare se stessa.
Forse è proprio la salvezza, la sua ricerca della salvezza, il problema di Augusta. Forse, come suona la preghiera splendidamente terrena di una giovane india, negli uomini e nelle donne non c’è niente che debba essere salvato. Forse, ancora, il loro senso profondo sta nell’accettazione di sé, del proprio soffrire e del proprio gioire, della propria fatica e della propria leggerezza, del proprio corpo e del proprio sesso. Se si vuole, della luce che sta sullo sfondo d’ogni pulsare di vita, e che ne vince le ombre.

[L’articolo scaricabile in versione .pdf lo trovate nella sezione Rassegna Stampa]

CHI SONO

Amo sentire raccontare le storie. Per questo motivo sono diventato documentarista e sceneggiatore di film lungometraggi. Qualcuno ricorderà "Il vento fa il suo giro" candidato al Premio David di Donatello per la migliore sceneggiatura e "Un giorno devi andare", regia di Giorgio Diritti. Collaboro con Aranciafilm, Graffitidoc e Nefertiti Film per lo sviluppo di progetti, soggetti, sceneggiature e regie. Ho co-fondato "L'Aura", scuola di cinema di Ostana, nel villaggio di fronte al Monviso in cui vivo. Coltivo l’orto a 1350 metri di quota; raccolgo cavoli, zucchine, porri, insalata, bietole, carote. Zucchine, soprattutto.

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