L’intervista di Axinia Dzurova a Fredo Valla

settembre 3, 2014

Axinia Dzurova, studiosa di testi slavo-bizantini, intervista Fredo Valla per un libro in uscita in Bulgaria

  • L’utopie du XIX siècle, c’était la liberté, celle du XXe siècle, c’était l’égalité. Quelle sera, à ton avis l’utopie du XXIe siècle, d’autant plus qu’on est en présence d’un certain retour à la vie nomade ? Autrefois, la vie nomade impliquait la fraternité, pourrait-elle se révéler actuelle de nouveau ?

Credo che le utopie del XIX e del XX secolo, una volta divenute realtà abbiano lasciato spazio a un’altra utopia da sempre insita nell’uomo ovvero la necessità di comunicare. Assistiamo a un progresso monodirezionale, una corsa verso una sola meta in cui ogni passo, ogni scoperta, ogni evoluzione non fa altro che darci una apparente nuova libertà e capacità di comunicare, o meglio, di renderci pubblici. Quella che era la sfera più intima delle persone sta subendo un attacco autoindotto prodotto dai media, dai social network che noi stessi abbiamo creato. Il famoso Grande Fratello di Orwell ne avrebbe spavento probabilmente. Ma a questo siamo arrivati proprio grazie alla realizzazione delle utopie dei secoli passati, quell’uguaglianza e libertà che ci permettono di porci tutti sullo stesso piano. Mi chiedo quindi quale potrebbe esser l’utopia del XXI secolo, ma non credo di saper rispondere. Mi piacerebbe che fosse una riconquista di un privato, di una intimità che possa rigenerare quella curiosità che forse sta venendo un pò a mancare nell’era del « tutto publico ».

Il ritorno a una vita nomade pare spesso confusa con una visione romantica della vita, e come ogni visione romantica pesca nella nostalgia. Solo gli alberi hanno radici, l’uomo è nomade per natura. Questo istinto dovrebbe guidarlo verso la consapevolezza di una sorte comune a tutta l’umanità. Sono i confini, le differenze, i limiti, a arginare la fraternità umana.

  • On dit que le XXIe siècle a commencé dès l’année 1989 et cela, non seulement à cause des transformations en chaîne survenues pendant et après 1989, mais aussi à cause des processus symptomatiques, ayant déterminé une partie des caractéristiques de la société au XXIe siècle : la désagrégation du dernier empire – la Russie, l’introduction en masse des technologies virtuelles et d’Internet, le début du clonage et du génie génétique en général. A ton avis, quand et comment le XXIe siècle a-t-il commencé ?

Penso che se si vogliono trovare le radici da cui attingerà il XXI secolo, poche date, per quanto essere abbiano davvero valore, possano avere un significato simbolico e decisivo come quella della caduta del muro di Berlino. La storia corre su binari spesso in discesa e scendendo la velocità aumenta. Non sono né pessimista né catastrofista, ma bisogna tener conto dell’importanza che sta assumendo la velocità nel progresso a cui stiamo assistendo.

La caduta del muro ha annullato in una notte ciò che ancora rimaneva di due blocchi ideologici ben distinti, non solo quello degli sconfitti, ma anche quello dei « vincitori ». A Berlino non è crollata una ideologia, ma le ideologie in generale, la capacità, la possibilità per le persone di riconoscersi in qualcosa, in un progetto comune, nell’idea di voler « cambiare il mondo » a seconda del proprio ideale. La libertà d’opinione e di pensiero sono sacrosante, intrinseche nell’animo e nella natura umana, ma allo stesso modo penso sia intrinseca nell’uomo la necessità di sentirsi parte di un percorso, di un mondo che si sappia riconoscere come proprio, assieme ai propri simili, in opposizione a una visione del mondo che si considera in contrasto con l’eredità di valori che si intende lasciare ai propri figli. Il progresso così come lo conosciamo, sia nella scienza, e soprattutto nei mezzi di comunicazione, sta atomizzando gli individui riducendo le idee a le ideologie a prodotti di consumo rapido che in breve tempo perdono valore per essere sostituite da altre.

  •  As-tu des craintes au sujet de l’avenir ?

C’è una sola cosa che gli uomini non possono fare, ovvero avere paura del futuro. Il futuro è l’unica cosa certa, inevitabile, ineluttabile, e sarebbe come vivere un incubo, avere paura del domani. Nonostante tutto, resto un ottimista, non perché abbia una fiducia cieca e smodata nei miei simili, ma perché credo nella capacità di toccare il fondo per poi riprendere quota con un colpo di reni. L’umanità ha conosciuto cicli continui di alti e bassi, depressioni economiche, sociali, politiche, e ha saputo sempre risollevarsi per poi precipitare nuovamente. Il problema non sta nel considerare il futuro come migliore o peggiore del presente o del passato, ma nel rendersi conto che l’umanità vive fasi cicliche di cui la storia ci offre vasti esempi. Facciamo forse l’errore di pensare di poter immobilizzare il tempo in un presente che possa esserci congeniale, o guardare al passato come un tempo felice a cui ritornare, mentre invece dovremmo essere eccitati nel sapere che niente sarà mai uguale, seppur gli schemi potranno ripetersi. In questo senso penso che ciò che accade sia sostazialmente immutabile seppur ognuno può esser padrone del proprio destino. Per questo non posso e non voglio avere paura del futuro.

  •  Je réfléchis souvent au boom de la prose pseudo historique, de la mode du mysticisme spéculatif et pseudo religieux typique pour certains romans de Dan Brown, qui ont littéralement envoûté les lecteurs, à la réduction toujours plus tangible des admirateurs d’Umberto Eco. C’est ce dernier, pourtant, qui a lancé la mode de ce genre de romans, mais dans les traditions du haut modernisme, de l’élitisme moderniste. La couche philosophique et historique documentaire, portant les éléments des écrits palimpsestes à la Borges, s’est pratiquement avérée inaccessible pour le grand public, habitué à chercher le quasi historique et le sensationnel spéculatif.
  • Le même phénomène est à observer au cinéma, où la science fiction s’est transformée en fantastique-merveilleux. D’une manière générale, nous sommes les témoins du passage du domaine cognitif aux histoires policières, de la sphère scientifique à la vulgarisation scientifique, souvent dépourvue de véracité. Est-ce peut-être dans l’intention de faire retourner les spectateurs dans les salles de cinéma ? Pour ma part, j’aime beaucoup Pasolini, Rossellini, les frères Taviani, Antonioni, mais leurs films plaisaient à un cercle assez réduit d’intellectuels. A cette époque, plus que maintenant, leurs films ont en quelque sorte contribué à rétrécir l’auditoire des spectateurs. Qu’en penses-tu ? Nous vivons dans une sorte de collaborationnisme culturel. Comment ces processus se sont-ils reflétés au cinéma, où ils ont connu un développement accéléré, grâce aux nouvelles techniques, ayant adapté la vision cinématographique au goût des masses, aux passions et aux instincts les plus vils de l’homme.

Questo tema è molto ampio e complesso, ovvero, il modo in cui le persone si approcciano all’arte nelle sue forme più svariate, il modo di fruirle e interpretarle, possono essere indicatori della tempo e della società presente. Così come l’arte rinascimentale, o quella barocca, così come la pop-art e il post-modernismo hanno saputo non solo descrivere un epoca storica ma anche mettere lo spettatore di fronte alle proprie convinzioni e attitudini, descrivendo quelli che sono i sentimenti, le necessità e l’approccio alla vita, stiamo ora assistendo a qualcosa di nuovamente diverso. Ogni epoca storica è stata dominata da una qualche cultura che per diversi motivi ha saputo imporsi. Non è un mistero e non è un sacrilegio ammettere quanto la nostra società attuale sia figlia della cultura americana, dominante almeno negli ultimi 60-70 anni. Mi riferisco al cinema ovviamente, ma penso che la stessa riflessione possa valere per la letteratura, ad esempio. Un certo spirito sensazionalistico ha pervaso la nostra società, togliendo spazio a ciò a cui forse noi europei eravamo più legati culturalmente, come per nouvelle vague o il neo-realismo italiano, a quella descrizione puntuale della realtà in storie che tutti potevano riconoscere come proprie. Oggi si direbbe invece che la vita reale sia venuta a noia al grande pubblico, probabilmente esausto nella propria realtà quotidiana. Ciò non è del tutto avulso dalla precedente riflessione sugli attuali media, in cui la quotidianità viene sovraccaricata di significato e di visibilità. Forse anche per  questo cui spesso il pubblico tende a rifugiarsi in dietrologie, nella ricerca dell’irreale, nel fantastico, senza nulla togliere a questi generi artistici.

  • J’ai vu ton merveilleux film Il vento va il suo giro et j’ai compris qu’il tenait l’écran depuis quatre ans, c’est-à-dire, qu’il a toujours ses spectateurs. Comment t’expliques-tu ce phénomène ? Avons-nous des raisons de nous montrer optimistes ? De tels sujets reflètent-ils, outre la nostalgie de la tradition, un retour à la tradition, à la vie dans des communes rurales, dans un milieu naturel ? Ou bien s’agit-il d’une forme d’escapade du monde technologique ? Vers un monde qui n’est pas encore totalement démythifié ? Et pourtant, n’y retrouvons-nous pas, bien qu’en plus petit, les mêmes passions : la jalousie, l’envie, la bassesse, etc. ?

Sono molto felice che il film sappia ancora parlare alla gente, dopo anni dalla sua realizzazione, ma spero che il motivo sia da ricercare nel fatto che Il vento fa il suo giro è «un bel film ». Faccio fatica a capire la dicotomia neo-ruralismo/ritorno alla vita in natura e vita in città o metropoli. L’obiettivo è vivere bene, il « ben vivir » di cui parlano le culture indie dell’America latina, in campagna, in montagna, in città, a New York, Londra, Roma, Sofia o su un’isola della Polinesia. Non si tratta di rifiutare il progresso tecnologico ma di piegarlo alle necessità del vivere bene, consumando ciò serve per vivere ed essere felici. Nulla più.

Molti cittadini vivono le famose vacanze estive in mezzo alla natura come un qualcosa di straordinario, che li riappacifica col mondo, come se vivere in città fosse una condanna, una via obbligata. Allo stesso modo,  molti tra coloro  che compiono la scelta di un ritorno alla natura, vivono questa scelta come una rivoluzione interiore, in opposizione al progresso. Come forse sai, appartengo a una minoranza linguistica, quella occitana (di lingua d’oc), e una colpa che posso imputare al cosiddetto progresso, è di aver creduto di annullare molte culture per soppiantarle con culture egemoni, considerate superiori e unificanti. Il progresso tecnologico in se non è un male. E’ male il suo cieco  utilizzo !

  • Pourquoi as-tu pris tant d’interviews d’intellectuels bulgares, pourquoi as-tu tourné huit films consacrés à la Bulgarie. Qu’est-ce qui t’attire chez nous : les éléments rudimentaires de sentimentalité, le mysticisme, la sensibilité, l’hospitalité, enfin la présence toujours de vrais rapports humains ?

L’occasione è venuta da una proposta di lavoro per alcune serie televisive, per conto di un’emittente italiana. La prima volta, nel 2005, realizzai in Bulgaria 8 puntate da un’ora e 4 in Macedonia. Una memorabile sul lago di Ohrid, i cui monasteri furono centro di cultura e di lingua bulgara in anni difficili. La serie riguardava tutti i paesi post-comunisti. A me toccò la Bulgaria con la Macedonia. Il tema delle puntate era semplice : si trattava di raccontare attraverso interviste a persone di ceti sociali e professioni diverse, « come si stava prima, col comunismo, e come stava dopo ». Trovai un’interprete, Zvetana Bojurina ex olimpionica di pallavolo, che vive in Italia. Fu lei a farmi amare la Bulgaria. Grazie a lei, incontrai intellettuali, politici, religiosi, contadini, professionisti, artisti, sportivi e gente comune. Visitai Sofia, Pernik, Plovdiv, Ruse, Varna. Kasanlek e tante altre città. Anche piccoli villaggi sulle montagne. Per esempio Kovacevitza. Mi colpirono il senso tragico della storia, il forte sentimento nazionale, la malinconia, il sentimentalismo. Ricordo ancora i canti nella cattedrale di Sofia, un’acustica formidabile, quelli dei monaci in un piccolo monastero che durante il comunismo era diventato una sorta di campo di concentramento per i rari oppositori al regime.

Mi innamorai della Bulgaria, della sua gente, della sua storia.

Da allora sono tornato altre due volte, una sola per lavoro.

Ogni tanto mi torna alla mente una donna: Neska Robeva, coreografa. Il suo spettacolo sulla storia bulgara, ovviamente tragica, lo vidi a Parigi. Quello più recente, sul Risorgimento nazionale del XIX secolo, raccontato con le parole dei vostri poeti, l’ho visto mentre ero in Bulgaria per Rila. Neska è una donna che ha creduto nel comunismo, in un comunismo puro… una sorta di cristianesimo delle origini.

  • Quand nous nous sommes vus et nous avons parlé en mai dernier, tu m’as fait remarquer une chose, que je considère comme un grand avantage de notre communauté : « En Bulgarie, on n’a pas besoin d’inventer des sujets pour des romans ou des films, chaque personne qu’on arrête dans la rue a son propre drame. Les sujets sont partout, il suffit d’avoir des yeux pour les voir. » N’est-ce pas vrai ?

Un cantautore italiano, Fabrizio De André,  diceva che non è  dai diamanti,  puri, immaccolati, perfetti, che nascono le cose più belle, bensì dalla « sporcizia », dalle difficoltà , dalle situazioni che obbligano l’uomo a fare i conti con la propria umana fragilità, con le durezze e la caducità della vita. Cosi come l’Italia ha avuto il suo momento di massimo splendore cinematografico nel dopoguerra, quando ogni volto raccontava un dramma, una storia, è normale che oggi siano i paesi come la Bulgaria, usciti da una storia dura e complessa, a suggerire gli spunti migliori per raccontare quelle che io penso siano le uniche storie degne d’esser raccontate, ovvero le grandi storie degli uomini.

L’alternativa sono quelle che io chiamo storie « ombelicali », sulla piccola borghesia ben pasciuta, che ha dimenticato la fame (e, ahimé, forse anche i valori).

  • Pourquoi as-tu tourné un film sur le monastère de Rila ?

Perché amo i monasteri ! Quello su Rila è il mio terzo film documentario su questo soggetto. In precedenza avevo ho realizzato un documentario sull’abbazia benedettina di Novalesa  e uno sul monastero cistercense di Pra d’ Mill, entrambi in Italia, ai confini con la Francia. A Novalesa, la più antica abbazia del Piemonte, ho voluto battezzare mio figlio, nella cappella di Sant’Eldrado con affreschi del XII secolo.

Nei monasteri sento “la Fede” più vicina, la mia ricerca di uomo smarrito della modernità sembra avviarsi sulla buona strada…

Allo stesso tempo nei monasteri c’è il rito, di cui noi uomini contemporanei sentiamo nuovamente bisogno: il canto, il salmodiare, il ripetere gli stessi gesti alle stesse ore del giorno e della notte, tutta quella ritualità che sopravvive a stento nei monasteri d’Occidente e che l’Ortodossia ha conservato in forma sublime. Vent’anni fa sono andato pellegrino a Monte Athos, la Montagna Santa, un’esperienza profonda. Indimenticabile.

  • Pourquoi as-tu tourné un film consacré à Constantin le Grand ? As-tu filmé la danse des « nestinari », on y trouve des réminiscences du culte de Constantin et d’Hélène ? Le savais-tu ? Dis-moi quelque chose sur la sauvegarde de la tradition chez vous.

Il film documentario che ho realizzato in Sardegna per TV 2000,  è dedicato all’Ardia di Sedilo, cavalcata violentissima, una « liturgia a cavallo », spesso con morti e feriti (una sorta di sacrificio umano). Teatro della festa, perché di festa si tratta,  è il santuario campestre dedicato a San Costantino Imperatore, culto che l’isola conserva come retaggio della dominazione bizantina.  Nelle chiese sarde l’iconografia Costantino ed Elena è documentata in affreschi e bassorilievi, e il nome Costatino è frequente nell’onomastica sarda. Il 6 e il 7 luglio di ogni anno, decine di cavalieri si lanciano in una folle corsa in onore del santo. Devozione, polvere, sole, cavalli focosi, competizione: tutto questo è l’Ardia. Interpretazioni, a mio avviso alquanto dubbie, vogliono che la corsa celebri la vittoria di Costantino contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C.

 

 

CHI SONO

Amo sentire raccontare le storie. Per questo motivo sono diventato documentarista e sceneggiatore di film lungometraggi. Qualcuno ricorderà "Il vento fa il suo giro" candidato al Premio David di Donatello per la migliore sceneggiatura e "Un giorno devi andare", regia di Giorgio Diritti. Collaboro con Aranciafilm, Graffitidoc e Nefertiti Film per lo sviluppo di progetti, soggetti, sceneggiature e regie. Ho co-fondato "L'Aura", scuola di cinema di Ostana, nel villaggio di fronte al Monviso in cui vivo. Coltivo l’orto a 1350 metri di quota; raccolgo cavoli, zucchine, porri, insalata, bietole, carote. Zucchine, soprattutto.

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