La Repubblica: “Il bagaglio di Fredo” di Carlo Petrini

marzo 30, 2013

Il 24 marzo intervista di Carlo Petrini a Fredo Valla per Storie di Piemonte, su La Repubblica, ed. Torino

La sua vita è un mosaico di mestieri, passioni ed esperienze con un punto saldo: il Monviso. Lui è Fredo Valla, scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista: un uomo che si è aperto al mondo, senza però mai abbandonare la valle Po: «Ognuno di noi ha un posto che sente suo, dove stare, dove far crescere i figli, dove vorrebbe morire. Per me quel posto è la montagna. Il fare tanti mestieri è proprio per poter vivere in quota. Come faceva d’altronde anche mio nonno: contadino, arrotino, zoccolaio e cacciatore». Non ha vissuto mai questa sua scelta come un ostacolo, ma sempre come un’opportunità. Forse da lassù, con il silenzio che ti circonda, hai più la possibilità di discernere: «Se affini la tua capacità di vedere, di ascoltare, affini il tuo sguardo e lo rendi originale, perché è il tuo, puoi vivere dove vuoi. Il problema sono gli sguardi globalizzati che ci vengono propinati».

Mentre parla i suoi occhi si perdono nel vuoto, alla ricerca di qualcosa oltre le mura della stanza che ci ospita. Quasi che questo nostro incontro a Bra, in pianura, gli andasse stretto: cerca le aperture che vede dalla sua casa di Ostana: «Questa mattina c’era un chiarore rosso intenso che si rifletteva sulla neve creando una luce particolare. E che soddisfazione quando mio figlio Peire di otto anni mi ha detto: “Guarda papà, che bello”. Ho capito che la bellezza passa attraverso di me e arriva a mio figlio: questo per me è straordinario». Pensiero che consegna un sorriso alla sua austera espressione. Perché vivere un luogo vuol dire portarlo con sé in ogni parte del mondo. Riconoscersi e riconoscere i suoi tempi, i suoi riti e chi lo abita. Questo non vuol dire accettare passivamente tutto, anzi è un continuo rapporto di amore-odio, di sentimenti forti: «Vivere la montagna vuol anche dire apprezzarla in ogni momento. Un turista la frequenta per la neve o quando il tempo è bello. Per me è sempre bello, in autunno con le cime già bianche, i colori dei larici e il verde delle latifoglie. Nelle nostre montagne spopolate è l’inverno la stagione che preferisco perché copre l’abbandono. Per me, figlio di contadini, un prato falciato è bellezza, uno coperto di rovi mi addolora».

Contadini e pastori sono figure essenziali per il futuro della montagna. Questa agricoltura marginale aiuta a conservare un ambiente e previene molti disastri. Verso questa agricoltura i governanti dovrebbero avere un occhio di riguardo. «C’è stato un tempo che la montagna è stata popolata in eccesso; ad Ostana, per esempio, nel 1921 c’erano 1200 abitanti che vivevano di agricoltura e attuavano l’emigrazione stagionale per portare a casa i soldi necessari a comperare quello che non producevano. Oggi così tante famiglie non vivrebbero, ma 4 sì, facendo agricoltura di qualità, perché il luogo lo consente. E se si sviluppa questa attività, il paese ci guadagna, la bellezza del territorio è salva. Non va dimenticato che un luogo vive se l’ attività primaria è fiorente. Io vivo in montagna ma la mia attività non incide, se non marginalmente, sul territorio. Purtroppo chi abbandona le terre alte diventa il peggior nemico della propria terra. Lascia andare i terreni a ramengo piuttosto di darli alla collettività che potrebbe farli fruttare e quindi valorizzarli. Non può concepire chi ritorna in montagna per viverci perché porta con sé il senso della sconfitta».

Fredo sostiene la morigeratezza, il rispetto del creato: «Se un giorno si farà una vera rivoluzione dovrà andare nel senso di Terra Madre, comprendere che le risorse non sono infinite, che è ora di finirla con lo spreco dove si butta via tutto, anche la memoria. Questo non vuol dire che il passato sia meglio in assoluto, ma nella visione della sobrietà, del godere fino in fondo delle cose sì. Io condivido quello che dice Latouche, che è poi il pensiero di mio nonno. Per ora non vedo una soluzione, forse ci vorrebbe una crisi più grande di quella che stiamo vivendo, che ci porta a una forte inversione di tendenza, e ci aiuti a distinguere tra bisogni veri e indotti».

I discorsi si accavallano, gli argomenti trattati sono tanti, ci vorrebbe un regista come Fredo per montare i fotogrammi della nostra chiacchierata. Episodi della sua vita che prendono titoli diversi, come “identità”. «Spesso si parla di radici: gli alberi hanno radici. Gli uomini sono destinati alla mobilità, anche delle idee. La mia identità di uomo occitano è diversa da quella di mio nonno perché io nella mia vita ho fatto altri incontri, altre esperienze. Essere occitani, per me, vuol dire ancora oggi riconoscersi in una casa comune».

E poi “ascolto”: «Nella nostra società si sente ma non si ascolta. La gente è sempre più indifferente. Io faccio molte interviste e tutte le volte ne esco arricchito». La capacità di ascoltare e di cogliere l’essenza umana fanno di Fredo un testimone di primo piano dei nostri anni. Ne sono un esempio i suoi documentari o il “Il vento fa il suo giro”, scritto con Giorgio Diritti, con il quale è nato un profondo sodalizio artistico e una grande amicizia. Un film semplice, intimo, vero, che ottenne un grande successo di critica e di pubblico. Il racconto di un tentativo di integrazione e condivisione, purtroppo fallito, in un paese di montagna. Film nato con poco denaro e con l’aiuto di una comunità: «Abbiamo anticipato i soldi e lavorato gratis trovando amici che hanno messo a disposizione dalla bara alla gru. Oggi, con i continui tagli alla cultura, è difficile per un giovane cineasta iniziare, anche se io dico di insistere nel fare le cose che si desiderano. Il mio amico gesuita Fernando, durante una celebrazione nella foresta Amazzonica, disse “Signore dacci la forza di non rinunciare ai nostri sogni”. Ecco questo è il consiglio che posso dare ai giovani: di non arrendersi».

Le piccole comunità degli indios brasiliani sono il nucleo attorno al quale ruota il nuovo film scritto e sceneggiato da Fredo, Tania Pedroni e Giorgio Diritti, che ne è anche il regista, “Un giorno devi andare” nelle sale dal 28 marzo. Fredo è proprio un montanaro, di quelli convinti che per fare strada non è necessario correre. Un passo dopo l’altro con costanza, senza fermarsi troppo, si arriva in cima. E così nella sua attività. Appena ultimato il film, eccolo già all’opera con un nuovo progetto, assieme a Diritti, per avvicinare i giovani al cinema, “Il documentario del vero”: un laboratorio che affronta l’intera filiera di un film documentario: scrittura, ripresa, montaggio e postproduzione. Si parte ad aprile da Ostana.

«Senza contatto, scambio di valori e accoglienza, non può esserci sviluppo umano e qualità dell’esistere»: ecco questo è Fredo Valla, un intellettuale di montagna.

[L’articolo scaricabile in versione .pdf lo trovate nella sezione Rassegna Stampa]

CHI SONO

Amo sentire raccontare le storie. Per questo motivo sono diventato documentarista e sceneggiatore di film lungometraggi. Qualcuno ricorderà "Il vento fa il suo giro" candidato al Premio David di Donatello per la migliore sceneggiatura e "Un giorno devi andare", regia di Giorgio Diritti. Collaboro con Aranciafilm, Graffitidoc e Nefertiti Film per lo sviluppo di progetti, soggetti, sceneggiature e regie. Ho co-fondato "L'Aura", scuola di cinema di Ostana, nel villaggio di fronte al Monviso in cui vivo. Coltivo l’orto a 1350 metri di quota; raccolgo cavoli, zucchine, porri, insalata, bietole, carote. Zucchine, soprattutto.

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