In Nòvas d’Occitània, marzo 2026
CHIAFFREDO BERGIA
un “eroe” occitano nella lotta al brigantaggio.
di Fredo Valla
Sono cose che succedono: venerdì 23 gennaio ero alla Libreria Gaspari di Udine a presentare con il critico cinematografico Giorgio Placereani, il mio “Le parole del padre” edito da Aragno. Una libreria zeppa di libri, che invadono scaffali, tavoli lunghi, e un tavolo grande, ricoperto anch’esso di libri, posto fra me e il pubblico. L’occhio mi è corso subito a un volumetto, “Le avventure di Chiaffredo Bergia – nella caccia ai briganti”, di Paolo Gaspari, con prefazione di Gianni Oliva, ed. Gaspari, 176 pagine, 29 euro.
Non è la prima volta che il caso mi fa incontrare Chiaffredo Bergia. La prima, in assoluto, fu a Scanno (Abruzzo, in provincia dell’Aquila) dove circa quarant’anni fa, vidi un’insegna della toponomastica cittadina dedicata a Chiaffredo Bergia.
Un Chiaffredo in Abruzzo?
Capirete il mio stupore, sapendo che il nome Chiaffredo (santo della leggendaria Legione Tebea con Maurizio, Costanzo, Magno e altri) è esclusivo della diocesi di Saluzzo, delle valli Maira, Varaita, Po e un po’ della vicina pianura. Il mio nome di battesimo è Chiaffredo, detto Fredo perchè nella mia natia valle Varaita si usa così. Viene da un voto che mio padre, nel dicembre del ‘42, sergente degli alpini sulla tradotta che lo portava in Russia, fece voto al santo di casa che se l’avesse aiutato a tornare, avrebbe dato il suo nome al primo figlio maschio.
Ma veniamo al Chiaffredo Bergia a Scanno.
Chiesi informazioni e mi fu detto che era stato un carabiniere, pluridecorato per le sue azioni spericolate nella lotta al brigantaggio

Raccolsi da wikipedia altre notizie, seppi, ad esempio, che la grande caserma comando dei carabinieri a Torino è intitolata al nostro Chiaffredo Bergia. Sopratutto venni a scoprire che Chiaffredo Bergia (1840 – 1892) era nativo di una frazione di Paesana, in valle Po, e che la mamma aveva origini in valle Varaita, a Brossasco. E che da contadino e pastore, analfabeta, aveva fatto carriera fino al grado di capitano.
A quindici anni emigrò in Francia con il fratello Giacomo in cerca di fortuna. Prima a Embrun poi a Tolone. Fu guardiano di pecore, manovale in campagna. A Tolone fu assunto come cameriere all’Hotel Beau Rivage, clientela scelta, di un tale Bernier, oriundo di Parma.
Era forte ed era bello. Ahimè anche impulsivo – non disdegnava fare a pugni – e con il vizio del bere, che negli anni abbandonò divenendo astemio. Si dedicò, con poca voglia, anche agli studi, vergognandosi di dover sottoscrivere i documenti non con la firma, ma con una croce. Giovanotto, fu sorteggiato secondo le leggi del Regno di Sardegna per prestare servizio sotto le armi, una ferma che sarebbe durata cinque anni. Chiaffredo giunse a Paesana il 2 dicembre del 1860, con in tasca 80 centesimi e pochi giorni dopo fu arruolato al distretto militare di Saluzzo. Quindi fu mandato a Torino alla Legione Allievi Carabinieri, acquartierata nella Cittadella.
Nel 1860 si era compiuta la prima fase dell’unità d’Italia: Garibaldi aveva conquistato il Regno Borbonico e il re Vittorio Emanuele II, timoroso dell’evoluzione che avrebbe potuto avere la conquista dei garibaldini, nelle cui fila militavano numerosi mazziniani repubblicani, aveva pensato bene di fermare l’Eroe dei Due mondi a Teano.
Fu quello, il decennio – dal 1860 al 1870 – in cui si sviluppò il fenomeno del cosiddetto brigantaggio, con epicentro l’Abruzzo, il Molise, il nord delle Puglie, la Basilicata, la Calabria, parte della Campania e dello Stato pontificio. Si formarono decine e decine di bande che arrivarono a contare fino a un centinaio di uomini armati cadauna. Fenomeno che, mentre il Borbone era assediato a Gaeta, veniva alimentato e finanziato da ciò che rimaneva dell’esercito e del tesoro borbonico, da parte dell’aristocrazia, dal rimpianto per il re napoletano, ma anche da pastori e contadini che vedevano nella leva obbligatoria introdotta dai “piemontesi” un altro balzello che andava ad aggravare le loro condizioni di vita. Colpiti anche dalla trasformazione dei pascoli comunali in terreni di proprietà, in cui non era più possibile pascolare liberamente greggi che contavano da qualche centinaio fino a sei migliaia di capi. Una trasformazione, da pubblico a privato, che andava a modificare una consuetudine secolare in questa terra di pastori.
In quella temperie, il carabiniere Chiaffredo Bergia, assegnato alla Legione di Chieti, giunse a Scanno che aveva appena compiuto 21 anni. Probabilmente senza essere a conoscenza delle terribili misure di antiguerriglia adottate dall’esercito ex sabaudo, ora italiano, nel confronti dei “briganti”. Misure che oggi ci fanno inorridire, supplizi di una crudeltà raffinata, fucilazioni, cadaveri esposti per giorni sul sagrato delle chiese…
La caserma dei carabinieri di Scanno godeva di una posizione privilegiata: era davanti alla fontana dove le donne del paese venivano ad attingere acqua. Bergia teneva gli occhi bene aperti e le orecchie altrettanto. Imparò il dialetto. Si fece pratico – lui montanaro – di montagne, boschi, colli, valli, di stazzi, masserie, di greggi e transumanze, di famiglie di pastori e di possidenti. Individuò gli informatori dei briganti (“manutengoli” sono detti nei documenti ufficiali), che davano loro rifugio, che li informavano delle mosse dell’esercito e dei carabinieri.
In dodici anni di lotta al brigantaggio, dal 1860 al 1872, Bergia divenne un mito. Si travestiva lui stesso da brigante, o da pastore. Tendeva agguati. Organizzò una squadriglia volante. Catturò e uccise decine di briganti in scontri a fuoco. Collezionò decine di Menzioni onorevoli, due Medaglie di bronzo al valore, tre d’argento, una d’oro; ebbe la Croce di cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, la Croce di cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, fu promosso ufficiale per meriti speciali.
Nel 1876 sposò Claudina Borghese, appena quindicenne, figlia di un suo ufficiale superiore, il tenente colonnello Borghese, comandante della Legione dell’Aquila. Da Claudina ebbe tre figli. Trasferito a Bari, morì il 2 febbraio del 1892, e – narrano le cronache – tutta Bari fu in lutto e una folla numerosa partecipò ai funerali.
Ben più di queste notizie, i lettori curiosi di Nòvas possono trovare nel volumetto che mi ha suggerito questo ricordo.
Ricordarlo in valle Po sarebbe un’iniziativa degna e dovuta. Sia per tratteggiare la figura di un uomo figlio delle Valli occitane; sia perché l’interpretazione dei cosiddetti “briganti” oggi non può limitarsi a qualificarli come malviventi, dediti al furto, al ricatto, agli omicidi, allo sterminio delle greggi, alla vendetta nei confronti dei “liberali” voltagabbana, per lo più provenienti dalle classi alte, che avevano rigettato la monarchia borbonica e la loro identità meridionale, per mettersi nelle braccia del re piemontese e dei soldati che parlavano un dialetto ad essi sconosciuto. Il ”brigantaggio” fu ben altro: fu anche lotta di resistenza e a questo punto viene da chiedersi, chi furono i veri briganti? se i contadini, montanari del Meridione povero, o coloro che li combatterono, come Bergia, e tra loro fu lotta all’ultimo sangue.







