Werner Herzog, premio alla carriera alla 82° Mostra del Cinema di Venezia

Agosto 29, 2025

Come Werner Herzog fa i suoi documentari

L’ultimo, “Ghost Elephants”, l’ha presentato a Venezia, dove ha ricevuto anche il premio alla carriera e ha specificato di non aver ancora finito

Il regista tedesco Werner Herzog ha ricevuto il primo dei due premi alla carriera della Mostra del cinema di Venezia di quest’anno – il secondo lo riceverà più in là l’attrice americana Kim Novak – dopo una vita e una carriera fatte di rischi e avventure, e di film realizzati con un’etica che somiglia più a quella di un contrabbandiere che a quella di un artista. Eppure è stato e continua a essere uno dei più grandi della storia del cinema, uno che, tra le varie cose, ha anche cambiato il modo in cui si fanno documentari.

La sua carriera è iniziata con i film di finzione e con quelli è diventato noto. I più famosi sono Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo, con cui vinse la Palma d’oro a Cannes. All’inizio degli anni ’80 era diventato il nuovo regista più desiderato del cinema d’autore europeo, capace di fare cose che terrorizzavano gli altri e di uscirne non solo incolume, la maggior parte delle volte, ma anche con immagini mai viste prime. Ma fin da subito alla carriera di regista di film ne affiancò una da regista di documentari: anche se lui ha sempre detto di non vedere differenze tra le due cose, le differenze ci sono nella facilità con cui si riescono a finanziare. Un film costa molto di più. Per questo col passare del tempo si è dedicato sempre di più ai documentari (non fa un film di finzione dal 2019).

I documentari di Werner Herzog hanno solitamente al centro soggetti che nessuno ha mai documentato. Possono essere storie sconosciute o posti in cui nessuno si è mai spinto. Un buon esempio è Apocalisse nel deserto, un documentario girato subito dopo la guerra nel Golfo, per il quale Herzog andò a filmare le distese di petrolio dei pozzi fatti esplodere dagli iracheni ritirandosi dal Kuwait. In Cave of Forgotten Dreams (2010) faticò a lungo per ottenere i permessi per riprendere le pitture più antiche della storia dell’umanità della grotta Chauvet in Francia, dove è proibito l’accesso. Per Encounters at the End of the World (2007) documentò la vita degli scienziati in Antartide.

Ma a essere unico è anche l’approccio tecnico di Herzog ai documentari, come hanno spiegato nel tempo lui stesso e le persone che lo hanno aiutato, come Marco Capalbo, montatore di The Fire Within (2022), Fireball (2020) e Lo and Behold (2016). Per una produzione documentaristica è normale per esempio che le decine o centinaia di ore di riprese siano prima di tutto trascritte in un testo, in modo che i dialoghi e le vicende riprese siano facilmente consultabili e reperibili per costruire una storia compiuta e lineare dal punto di vista narrativo. Herzog non fa niente di tutto questo: intanto guarda interamente il girato, cosa rara, e parte dalle immagini che lo colpiscono di più, che annota con dei punti esclamativi. «Una ripresa con tre punti esclamativi significa: Se questa cosa non finirà nel documentario, avrò vissuto invano», ha raccontato in una recente intervista al giornalista Anderson Cooper.

Secondo Capalbo, è proprio perché guarda ogni minuto di girato che le immagini dei documentari di Herzog sono così forti ed evocative, perché la loro inclusione nel montaggio finale dipende da come appaiono più che da quello che contengono. «Ci sono cose che sono incredibili per ragioni che non conosciamo. Come faremo a farcelo stare? Non ho idea. Di cosa parlerà? Non lo so ancora, ma è bella, e dobbiamo metterla da qualche parte», ha detto Capalbo.

Sulla base delle scelte emerse dopo aver visto tutto il girato, poi, Herzog costruisce il film, la cui storia quindi inizialmente può essere piuttosto vaga. Questo approccio ha sempre guidato il lavoro di Herzog: uno dei suoi primissimi documentari, Fata Morgana del 1970, fece scalpore fin da quando fu mostrato al festival di Cannes perché le lunghe sequenze di panorami desolati e vita quotidiana nel Sahara e nel Sahel non erano legate da nessun tipo di trama o senso logico.

Man mano che le scene prendono forma in fase di montaggio, Herzog decide in quali momenti intervenire con la voce fuori campo, che è sempre la sua, e che oltre a spiegare le immagini si dedica soprattutto a riflessioni di varia natura, esposte talvolta con aforismi diventati famosi e parte integrante del suo personaggio.

Herzog è sempre presente nei suoi documentari in voce o in video, almeno a partire da La grande estasi dell’intagliatore Steiner (1974), che raccontava un campione di salto con gli sci talmente forte da rischiare la vita a ogni salto. Era parte di una serie televisiva in cui era richiesto che i documentaristi fossero i narratori, e fu in quell’occasione che Herzog capì la forza della propria presenza, ha raccontato.

L’altro grande interesse dei documentari di Herzog è raccontare le ambizioni più illogiche che contraddistinguono il genere umano, e le motivazioni alla loro base. In un documentario intitolato The Dark Glow of the Mountains (1985) rappresentò gli sforzi di Reinhold Messner per scalare le cime himalayane nello stile più puro possibile. In un altro, Il diamante bianco (2004), partecipò in prima persona all’impresa di un ingegnere di rilanciare il volo su dirigibile, volando con lui sopra tratti della foresta amazzonica mai esplorati da vicino. Da lì gli fu possibile filmare popolazioni semisconosciute di quei luoghi che solitamente si nascondono al rumore degli elicotteri.

Da questo punto di vista un ottimo protagonista per un documentario di Werner Herzog sarebbe stato Werner Herzog stesso: e infatti la sua assurda impresa di spostare realmente un battello sopra una montagna peruviana per girare Fitzcarraldo fu il soggetto del documentario Burden of Dreams del 1982.

Herzog è da sempre contrario alla teoria della “mosca sul muro”, la scuola di pensiero della documentaristica che vuole il regista e la troupe come degli osservatori neutri, che non devono interferire con il soggetto ma osservarlo. Ha spesso detto: «io non sono la mosca sul muro, sono il calabrone che punge», perché il suo approccio prevede una forma costante di interferenza con i soggetti raccontati tramite le domande, e addirittura una componente di falsificazione.

I documentari Werner Herzog sono pieni di piccole invenzioni, cioè delle falsità che nella sua visione servono ad arrivare a una verità più profonda. La sua idea è che i fatti siano insufficienti per capire davvero il mondo: «se così fosse» dice lui «la guida del telefono di Manhattan sarebbe il libro più grande di sempre, perché contiene tutti fatti veri e incontestabili». A questa visione contrappone la “verità estatica”, in cui l’estasi è data proprio dalla fusione del vero con il falso. Aggiungere qualcosa di finto, a suo avviso, gli consente di trasformare i documentari in arte e di far comprendere ciò che i soli fatti non dicono, come i non detti, gli stati d’animo o le sensazioni.

Alla mostra di Venezia, in occasione del premio, ha presentato il suo ultimo documentario, Ghost Elephants, uno dei suoi migliori e più rappresentativi. È un viaggio fatto da Herzog al seguito di Steve Boyes, studioso di elefanti alla ricerca di una specie particolare che forse non esiste. Se esistessero sarebbero gli esseri di terra più grandi del mondo. Per trovarli si recano in un altipiano dell’Angola insieme ad alcune guide ed esploratori di una tribù locale. In questa storia c’è la ricerca e la documentazione di qualcosa di mai visto prima, con immagini abbastanza impressionanti e di grande impatto di luoghi, tradizioni e poi animali. Ma c’è anche il racconto dell’enorme lavoro di Steve Boyes, che ha dedicato la vita a provare l’esistenza di elefanti che non ha mai visto ma di cui ha trovato impronte e segni, e del suo timore che forse il sogno stesso di trovarli sia meglio che trovarli effettivamente.

Il più famoso documentario di Herzog è anche quello che contiene di più la filosofia e il modo di vedere il mondo per cui il regista è conosciuto. Grizzly Man (2005) racconta la storia di Timothy Treadwell, che amava gli orsi e viveva con loro in Alaska, ma finì per essere ucciso da un individuo estraneo alla sua comunità. Il film fu realizzato soprattutto con le riprese girate dallo stesso Treadwell, ma a un certo punto Herzog entrò in possesso dell’audio del momento in cui Treadwell veniva attaccato e sbranato. Scelse di non inserirlo nel documentario, in cui si vede soltanto lo stesso Herzog mentre lo ascolta in cuffia. «Essere cineasti è soprattutto scegliere i confini dei propri film», disse spiegando la scelta.

Parte della forza del documentario stava nel contrasto tra la visione della natura di Treadwell, convinto di avere una connessione spirituale con gli orsi, e quella di Herzog, già esplorata e raccontata in anni e anni di carriera. Secondo Herzog non c’era «nessun legame, nessuna comprensione, nessuna pietà» negli occhi degli orsi di Treadwell. Per lui la natura è una forza profondamente indifferente all’uomo, spaventosa nella sua brutalità e per nulla poetica. Più di vent’anni prima, mentre era nel mezzo della foresta amazzonica per girare Fitzcarraldo, pensava già le stesse cose quando diceva di vedere attorno a sé soltanto «oscenità»: «gli alberi soffrono, gli uccelli soffrono, non penso che cantino ma che urlino di dolore». «Quando lo dico, lo dico pieno di ammirazione per la giungla, non la odio anzi la amo, ma la amo contro ogni buonsenso».

Nonostante non creda nelle scuole di cinema, Herzog ne presiede una, la Rogue Film School, in cui si insegna più che altro come scassinare serrature o forgiare finti permessi di ripresa. Herzog è solito consigliare agli studenti di leggere tutto quello che possono leggere per diventare registi, ma anche di portare con sé sempre delle tronchesi, arnese indispensabile per fare cinema. Per Herzog non si può infatti insegnare a essere poeti o artisti, quello che si può insegnare semmai è come muoversi nel difficile mondo della produzione e dei set, e ottenere quello che serve per il film facendosi strada tra le difficoltà del mondo: «non c’è niente di male nel morire nei perigli della vita» è una delle frasi che ripete spesso.

Nel suo discorso di accettazione del premio alla carriera, Herzog ha ringraziato la Mostra del cinema di Venezia ma ha aggiunto: «Tuttavia non mi sono ancora ritirato. Lavoro come sempre. Qualche settimana fa ho terminato un documentario in Africa, Ghost Elephants, e in questo momento sto girando il mio prossimo lungometraggio, Bucking Fastard, in Irlanda. Sto realizzando un film d’animazione basato sul mio romanzo The Twilight World, e interpreterò la voce di un personaggio nel prossimo film d’animazione di Bong Joon-ho. Non ho ancora finito».

Fonte: https://www.ilpost.it/2025/08/28/werner-herzog-documentari/

CHI SONO

Amo sentire raccontare le storie. Per questo motivo sono diventato documentarista e sceneggiatore di film lungometraggi. Qualcuno ricorderà "Il vento fa il suo giro" candidato al Premio David di Donatello per la migliore sceneggiatura e "Un giorno devi andare", regia di Giorgio Diritti. Collaboro con Aranciafilm, Graffitidoc e Nefertiti Film per lo sviluppo di progetti, soggetti, sceneggiature e regie. Ho co-fondato "L'Aura", scuola di cinema di Ostana, nel villaggio di fronte al Monviso in cui vivo. Coltivo l’orto a 1350 metri di quota; raccolgo cavoli, zucchine, porri, insalata, bietole, carote. Zucchine, soprattutto.

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