Ricordo e omaggio a Don Romano Fiandra

Agosto 27, 2025

“Don Romano Fiandra. La costruzione di un sogno”

Il ricordo e l’omaggio di Fredo Valla, in occasione della proiezione del documentario il 3 agosto a San Pietro di Monterosso Grana

di Andrea Fantino

Nei suoi anni a San Pietro di Monterosso Grana, Don Romano Fiandra era solito fare la predica sedendosi ad un tavolino, in mezzo alla navata centrale della chiesa del paese. Il pulpito non gli interessava, voleva essere in mezzo alla sua gente, ai suoi fedeli, voleva fare parte dell’assemblea perché la chiesa – così come ci ricorda il termine greco “ekklesia” – è prima di tutto un’ “assemblea”, la comunità dei fedeli riunitasi ancor prima che l’edificio di culto. Domenica 3 agosto, alle ore 21 a Villa San Pietro, nel contesto della festa patronale, quello stesso tavolino è stato posizionato davanti ad uno schermo, per una proiezione all’aperto del documentario “Don Romano Fiandra. La costruzione di un sogno”.

Era l’autunno del 2019 quando Fredo Valla ha intervistato Don Romano a Limone, per la precisione il 20 ottobre del 2019. Oltre al regista la troupe includeva il sottoscritto e Massimiliano Nicotra, compagno di riprese anche ai tempi della produzione di “Bogre. La eresia europea”. Ad accompagnarci Barbara Barberis, Claudio Luciano, Paola Luciano. L’associazione Cevitou e l’Ecomuseo Terra del Castelmagno erano interessati a ripercorrere la storia del Pensionato Vittoria, e quella storia non poteva che partire da colui che la casa di riposo l’aveva fondata: Don Romano Fiandra. Qualche mese fa mi sono dedicato al montaggio e alla regia di un cortometraggio della durata di 25’ proprio a partire da quell’interessantissima intervista di Fredo, una lunga conversazione in occitano dove si è parlato di memoria e montagna, storia e comunità, si, ma anche di religione e spiritualità. Il corto è arricchito dal prezioso archivio fotografico e video conservato dall’Ecomuseo Terra del Castelmagno, un archivio che ha sostenuto un racconto dato solamente dalla voce, dalla presenza e dalle grandi capacità narrative del sacerdote che in tanti hanno amato, apprezzandone la forza, la severità, l’ironia, la saggezza. Quel giorno di ottobre del 2019 è stato il mio primo e ultimo incontro con Don Romano. Alla notizia della sua morte, in me si è fatto spazio un grande rimpianto: il rimpianto di non averlo più incontrato, il rimpianto di non averlo portato davanti a uno schermo, il rimpianto di non aver condiviso il risultato di quell’intervista. Fredo Valla ha scritto un bell’omaggio-ricordo a Don Romano, lo trovate qui sotto, è stato letto prima della “prima”, proprio a San Pietro di Monterosso Grana, dove aveva vissuto per tanti anni e dove, con le sue mani e la sua tenacia, aveva costruito un vero e proprio sogno, una casa per le persone anziane, una casa che negli anni è diventata il centro di una piccola e coesa comunità. Quella comunità si è ritrovata davanti allo schermo e ha riso e si è commossa di fronte ad un uomo che se n’è andato, con tutte le sue memorie, con tutti i suoi ricordi, con tutta la sua esperienza. Eppure quel tavolino vuoto, posto proprio davanti allo schermo, di fronte ad un pubblico riunitosi per ascoltare la sua voce, era il segno tangibile di un’idea tanto scontata quanto pura nella sua semplice essenza: Don Romano è da qualche parte con noi, Don Romano continua a fare parte di quest’assemblea incredibile che è nient’altro che l’umanità: la grande, grandissima famiglia a cui tutti apparteniamo, anche quando lasciamo questa terra.

RICORDO DI DON ROMANO FIANDRA

di Fredo Valla

Conobbi don Romano Fiandra negli anni in cui frequentavo Coumboscuro e seguivo con assiduità le iniziative di Sergio Arneodo che del primo risorgimento occitano, alla fine degli anni Sessanta, fu una delle anime, precursore e poeta di vaglia che pongo accanto all’altro nostro grande poeta: Barbo Toni Boudrìe. L’incontro con don Romano rappresentò per me una piccola rivoluzione. Ero abituato a preti e parroci che nei confronti dell’occitano (a Coumboscuro si preferiva dire provenzale) e della nostra cultura avevano (praticavano) un rapporto paternalistico, nostalgico della tradizione, non rivolto al futuro. Incapaci di sognare (anzitutto sognare) ciò che l’occitano potesse rappresentare per le generazioni dei decenni a venire, della loro consapevolezza di essere eredi di una nobile lingua e di volerla praticare non solo in quanto retaggio degli antenati ma per la sua capacità di esprimere il tempo presente.

Don Romano, come un altro grande, don Ruffa, parroco a Blins/Bellino in val Varaita, era ispirato da un sentimento diverso. Grandi comunicatori entrambi, preti volitivi, determinati, pronti a sporcarsi le mani, che vedevano nella tradizione uno scrigno di sapienze da conservare e da quella ripartire per la rinascita di una lingua e di un popolo che al loro tempo (gli anni Sessanta) parevano destinati a scomparire in quel rinnovamento epocale che fu lo sviluppo industriale dell’Italia, l’affermarsi della civiltà dei consumi, la comunicazione televisiva e, di conseguenza, l’emigrazione dalle valli verso la pianura ricca e industriale, che portava con se il miraggio delle ferie, della tredicesima, del frigorifero in casa, e che ebbe come conseguenza il dissanguamento della popolazione occitana delle valli. Di don Romano ricordo le liturgie e soprattutto le omelie, forti, e se mi è ammesso dire, trattandosi di un uomo di chiesa, “guerriere”.

Ho ritrovato la stessa determinazione, lo stesso coraggio, la stessa capacità di sognare e trasformare i sogni in realtà nella video-intervista che gli feci nella sua casa a Limone a proposito della casa di riposo che creò dal nulla, e nell’incredulità di molti, a San Pietro di Monterosso Grana. Un’intervista in occitano. Stessa determinazione, stessa forza, stessa capacità di modellare la lingua per esprimere concetti di cui apparentemente (solo apparentemente) la lingua non aveva strumenti e parole per dire. Penso che quest’intervista sia da conservare come un documento importante, non solo linguistico, ma come esempio di un uomo che mai si è arreso, che ha perseguito i propri progetti per il bene della gente con inesauribile coraggio. Quel coraggio che io, ormai vecchio militante occitano e uomo di cinema, vorrei animasse le nuove generazioni.

Grazie don Romano.

CHI SONO

Amo sentire raccontare le storie. Per questo motivo sono diventato documentarista e sceneggiatore di film lungometraggi. Qualcuno ricorderà "Il vento fa il suo giro" candidato al Premio David di Donatello per la migliore sceneggiatura e "Un giorno devi andare", regia di Giorgio Diritti. Collaboro con Aranciafilm, Graffitidoc e Nefertiti Film per lo sviluppo di progetti, soggetti, sceneggiature e regie. Ho co-fondato "L'Aura", scuola di cinema di Ostana, nel villaggio di fronte al Monviso in cui vivo. Coltivo l’orto a 1350 metri di quota; raccolgo cavoli, zucchine, porri, insalata, bietole, carote. Zucchine, soprattutto.

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